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GRUPPI DI PRESSIONE E CAMERA DEI DEPUTATI: EPPUR SI MUOVE.
LUCI E OMBRE DELLA REGOLAMENTAZIONE DELLE LOBBY A MONTECITORIO
di Pier Luigi Petrillo*
(23 febbraio 2017)
L’8 febbraio 2017 l’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati ha adottato regole
puntuali per disciplinare l’attività di lobbying. Le nuove norme danno attuazione a quanto la
Giunta per il Regolamento della Camera aveva deliberato il 26 aprile scorso.
La notizia è di quelle senz’altro positive e fa compiere al nostro Paese un grande passo in
avanti verso la strada della trasparenza dei processi decisionali pubblici. Se le nuove
norme, infatti, verranno rispettate (da chi le ha proposte, ovvero i deputati), a partire da
marzo conosceremo nomi e cognomi di chi fa lobbying alla Camera, per quale interesse e
con quali finalità.
Il regolamento adottato, infatti, dispone che chiunque, professionalmente, svolga attività di
influenza nei confronti dei deputati presso la Camera dei deputati, debba iscriversi in un
registro pubblicato online sul sito della Camera, descrivendo l’attività che intende compiere
nonché i parlamentari che vuole contattare. Il regolamento introduce anche una sorta di
divieto di
revolving door
disponendo che gli ex deputati e gli ex membri del governo non
possano iscriversi al registro nei dodici mesi successivi alla conclusione del loro incarico.
Chi si iscrive otterrà un tesserino di accesso ai locali della Camera, con una validità
annuale, ma non potrà accedere né in Transatlantico (il grande corridoio antistante
l’ingresso principale all’Aula della Camera e alla buvette) né nei corridoi antistanti le aule
delle Commissioni e degli organi parlamentari.
Il regolamento sconta, purtroppo, alcune miopie del legislatore, talune generate dalla
scelta di intervenire con una norma interna (fondata, probabilmente, sull’art. 12, comma 3,
lett. a del Regolamento della Camera), anziché con una legge specifica.
La più rilevante è senz’altro data dalla decisione, già assunta in Giunta per il regolamento,
di limitare l’obbligo di iscriversi nel registro a coloro che esercitano l’attività di lobbying
fisicamente all’interno delle sedi della Camera, in modo professionale (e non si dice cosa
si intende con tale espressione), e solo nei confronti dei deputati (non anche dei
collaboratori, spesso molto più rilevanti, o dei consiglieri parlamentari – la cui rilevanza nel
momento decisionale è fuori discussione). In buona sostanza, secondo le nuove
disposizioni, il lobbista che resta fisicamente al di fuori della sede della Camera potrà
continuare a esercitare la sua azione di pressione senza venire allo scoperto: l’importante
è che non varchi l’ingresso di Montecitorio. E’ di tutta evidenza che, nel 2017, per
convincere un parlamentare, consegnare un emendamento, suggerire una posizione, non
è certo necessario il contatto fisico, ben potendosi utilizzare anche solo una email.
Un altro aspetto discutibile è la scelta di non incidere sulle audizioni, disponendo la non
applicazione di tali norme sul lobbying agli incontri richiesti dalle Commissioni. Come noto,
le audizioni svolte dalle Commissioni quando istruiscono un certo disegno di legge sono,
per lo più, informali, nel senso che i soggetti da audire sono scelti in modo estremamente
discrezionale (in genere ciascun gruppo parlamentare segnala qualche esperto di proprio
gradimento) e che l’incontro non viene resocontato né pubblicizzato, lasciando quindi tutto
nella totale oscurità. Purtroppo l’articolo 1 del regolamento adottato espressamente
esclude che le nuove norme si applichino alle audizioni: eppure sarebbe stato più
razionale prevedere che solo chi è iscritto nel registro possa essere audito, quanto meno
se appartiene alle categorie di “lobbisti” professionali definiti dallo stesso articolo.
E’ poi evidente che chi ha scritto le nuove norme ha in mente solo il lobbying c.d. “one-
shot” ovvero quella azione di pressione che è specificatamente finalizzata a far approvare
o non far approvare una singola puntuale norma. Ciò lo si ricava dal fatto che all’articolo 2
1
si richiede al lobbista di indicare, fin dal momento dell’iscrizione, chi intende contattare e
quali azioni intenda compiere. Viceversa è noto che il lobbying consiste anche in una
attività permanente di monitoraggio a trecentosessanta gradi: ed è proprio a seguito di
questo monitoraggio che ci si attiva -quando serve- a contattare il decisore pubblico.
Risulta quindi difficile, se non impossibile, indicare fin da principio chi si incontrerà e cosa
si andrà a fare, a meno che non si voglia inserire una descrizione molto generica (quindi
inutile) e il nominativo di tutti i 630 deputati così da non rischiare di essere sanzionato.
In ultimo resta privo di tracciabilità ogni profilo economico: chi si iscrive, infatti, non deve
indicarei quante risorse economiche dispone né se ha contribuito alla campagna elettorale
di quel deputato o di quel partito. Con l’entrata in vigore della nuova legge sul
finanziamento della politica che affida tutto alla contribuzione privata, sarebbe stato utile,
prezioso e coerente con le finalità della norma disporre un obbligo di trasparenza ulteriore
in capo ai lobbisti.
Ci sono poi ulteriori questioni problematiche, non meno rilevanti, introdotte dalle norme
adottate: dall’assurdità di circoscrivere l’azione fisica dei lobbisti in una saletta interna a
Montecitorio da cui seguire le sedute relative ai provvedimenti più rilevanti (il
“regolamento” dispone che così sia “in sede di prima applicazione”: cioè, fino a quando?),
alla previsione che qualora i lobbisti, nella loro relazione annuale, citino dei deputati questi
debbono essere informati e dare l’assenso, alla discriminazione – davvero incomprensibile
– a favore delle organizzazioni sindacali e datoriali che hanno diritto a 4 tesserini di
accesso contro le 2 riservate alle altre organizzazioni o 1 per le persone fisiche.
E tuttavia, nonostante tali perplessità, la decisione dell’Ufficio di Presidenza ha una portata
talmente innovativa e rivoluzionaria che i difetti di questa regolamentazione passano in
secondo piano.
Bisogna dare atto al Presidente e al Vice Presidente della Camera, Laura Boldrini e
Marina Sereni, di aver dato seguito a quanto avevano dichiarato un anno fa. Quando
uscirono i primi comunicati stampa, in molti ricordarono l’identica dichiarazione dell’allora
presidente del Senato Renato Schifani, che, il 28 febbraio 2012, portò in Consiglio di
presidenza al Senato uno schema di linee guida per la redazione di un regolamento
interno della rappresentanza di interessi poi mai approvato, e quelle del suo successore,
Pietro Grasso, che il 19 maggio 2013 proclamava la necessità di regolamentare tale
fenomeno.
Le regole adottate ora dall’ufficio di presidenza della Camera probabilmente non sono le
migliori norme possibili. Ma sono qualcosa, e in un contesto in cui le decisioni politiche
sono avvolte da un velo impenetrabile potranno servire a portare un minimo di luce.
Ancora troppo poco ma senz’altro meglio di niente.
*
Professore Ordinario di Diritto pubblico comparato all’università degli Studi di Roma
Unitelma Sapienza e Professore a contratto di Teoria e tecniche del lobbying alla Luiss
Guido Carli. Email
pierluigi.petrillo@unitelma.it
– Twitter @plpetrillo
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